L’organo a canne

Il grande organo della basilica della SS. Annunziata (1402 canne azionate da due tastiere) è stato restaurato dall’Arciconfraternita con finanziamenti europei  (fondi strutturali).

E’ l’organo più grande tra quelli costruiti in Sicilia da Francesco Andronico, erede di una famiglia di costruttori d’organi da sette generazioni, dal 1650.

“Il suo suono è nobile, luminoso e aristocratico” ha sintetizzato il maestro restauratore Antonio Bovelacci, trentino di nascita ma ragusano d’adozione, uno dei pochissimi costruttori di organi operanti in Sicilia, erede del maestro Michele Polizzi.

Tre anni di lavoro “ non solo per il restauro di alcune parti dell’organo ma anche per recuperare le sue qualità timbriche originarie”. Questo ha permesso, dopo il restauro, l’esecuzione di concerti di grande spessore.

L’organo, tornato agli antichi splendori, ha però avuto una genesi molto tormentata.

La vicenda dell’organo della basilica della SS. Annunziata di Ispica è stata infatti  ricostruita attraverso una serie di atti giudiziari (conservati nell’Archivio storico dell’Arciconfraternita), relativi alla causa che si svolse presso il Tribunale Civile di Noto tra gli eredi del maestro organista Francesco Andronico e gli amministratori della Collegiata della SS. Annunziata, il preposto don Natalizio Cappello, il canonico don Antonino Noto e il canonico penitenziere don Salvatore Lupo.

Il contratto per la costruzione dell’organo fu stipulato il 20 aprile 1837: fu stabilito un periodo di diciotto mesi per il perfezionamento dell’opera e un compenso di onze 620 pagabili in diverse soluzioni, a condizione che l’opera fosse stata compiuta ed esaminata da un perito di comune fiducia. In caso contrario, il maestro Andronico si doveva far carico di tutti gli interessi e delle spese.

Dopo l’inizio della causa tra Francesco Andronico e gli amministratori della Collegiata, il maestro organista “era passato agli eterni riposi”. Sue eredi erano la madre Caterina Pisani e la moglie Agata Strafallaci, domiciliate a Caltagirone difese dal patrocinatore Giovanni Di Natale.

Le 620 onze dovevano essere pagate nel modo seguente: 77 come acconto, 90 alla consegna dell’organo e poi il resto a 60 onze l’anno.

Il maestro Andronico aveva preso l’impegno di fare l’opera “magistrevolmente” e farla esaminare, alla consegna, da un perito di comune fiducia. Se fosse mancata una delle cose descritte nell’atto, Andronico si sarebbe accollato tutti i danni, gli interessi e le spese.

Allo scadere del termine contrattuale, nell’ottobre 1838, l’organo non era ancora completo, secondo i canonici della SS. Annunziata, che misero in mora l’organista. In un secondo momento, invece, offrirono una composizione pacifica in base alla quale rinunciavano a fare causa ma in cambio avrebbero pagato solo i materiali utilizzati e un rimborso per gli alimenti alla famiglia dell’organista, nel frattempo deceduto (nel giugno 1840).

Secondo quanto sostenevano i canonici della Collegiata, l’organo non era stato fatto come da contratto: un loro perito aveva certificato che mancavano vari registri come “la Gran Cassa per la Banda, il tamburo a rollo, gli acciarini, la difesa dei tavoli sopra i Bassi e tante altre minuzie”. I sacerdoti ricorrenti, inoltre, sostenevano di aver dato diversi acconti al maestro Andronico.

La difesa del maestro organista sosteneva che gli acconti erano solo quelli convenuti; che il lavoro in gran parte era stato fatto e prova ne era che “se l’organo non fosse totalmente portato a compimento non potrebbero usarsene dopo l’amichevole consegna”.

Una prima sentenza emessa dal tribunale di Noto il 27 giugno 1840 condannò i preposti della Collegiata, Natalizio Cappello e Salvatore Lupo, a stipulare entro un mese dalla notifica della sentenza stessa, dinanzi a un notaio, un’apoca (quietanza) pubblica in favore di Francesco Andronico per l’effettiva consegna dell’organo costruito per la chiesa della SS. Annunziata di Spaccaforno. E comunque il computo dei pagamenti che i sacerdoti dovevano fare dopo la consegna finale era retroattivo dal settembre 1839 (data effettiva della consegna). I giudici (don Pietro Ventimiglia, presidente; Cammarata e Pinto, giudici; procuratore del Re Beniamino Caracciolo) compensarono tra le parti anche i debiti in denaro e nominarono un perito, Girolamo Rosano.

Ma Francesco Andronico non conobbe la sentenza perché morì subito dopo per malattia, trasmettendo per testamento i crediti da lui vantati alla madre e alla moglie. Naturalmente, i canonici si opposero alla sentenza e la causa andò avanti per molti anni ancora. Addirittura cambiarono i soggetti perché le eredi del maestro cedettero il loro credito ai fratelli Gioacchino, Antonio e Giuseppe Lugaro, di Palermo.

Delle 620 onze pattuite, i Procuratori della Collegiata ne dovevano ancora 358 (che era poi il credito ceduto). Ne erano state già corrisposte 210 e altre 52 erano la stima delle opere lasciate incomplete nell’organo, che comunque Andronico non completò per la sopraggiunta morte.

Quindi la vicenda fu molto lunga, ci sono atti giudiziari in archivio che arrivano fino al 1854: in quell’anno, procuratori della SS. Annunziata erano don Francesco Favi, don Antonino Modica Assenza e don Giuseppe Serrentino. Il credito era stato ancora ceduto (1851) a un tale Ignazio Fede, rappresentato in giudizio dal figlio Federico. La sentenza del 21 marzo 1854 chiude definitivamente la questione che la costruzione del nuovo organo aveva suscitato. I giudici (presidente don Francesco Invidiato) ridistribuirono responsabilità civili e pecuniarie tra le varie parti, mettendo la parola fine ad una lunga ed incresciosa vicenda.

SCHEDA TECNICA ORGANO A CANNE (clicca per visualizzare i dettagli)